Про бессонницу (любителям итальянского языка посвящается!)

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Изображение пользователя На-ша.

Вдохновившись рассказом Moon Shasta о бессоннице (как я вас понимаю....) решилась предложиь вам онин очень забавный рассказ Italo Calvino изи его сборника "Marcovaldo".

Кстати, тем, кто изучает итальянский, на определенном этапе, я настоятельно рекомндую прочесть эти рассказы, которкие, забавные, остроумные и о жизни......

Сразу попрошу прощения у тех, кому будет трудно прочесть этот рассказ (т.к. он приведен в оригинале) и особенно у тех, кто итальнский не знает (перевод сделать можно, но честно говоря просто некогда, да и пропадут те sfumature del linguaggio, которые его делают таким милым.

если, вдруг кому понадобиться помощь в переводе фраз, не стесняйтесь, пишите, переведем вместе!

La villeggiatura in panchina

Andando ogni mattino al suo lavoro, Marcovaldo passava sotto il verde d'una piazza alberata, un qua­drato di giardino pubblico ritagliato in mezzo a quat­tro vie. Alzava l'occhio tra le fronde degli ippocasta­ni, dov'erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell'ombra trasparente di linfa1, ed ascol­tava il chiasso dei passeri stonati ed invisibili sui ra­mi. A lui parevano usignoli; e si diceva: «Oh, potes­si destarmi una volta al cinguettare degli uccelli e non al suono della sveglia e allo strillo del neonato Paolino e all'inveire di mia moglie Domitilla! » op­pure: «Oh, potessi dormire qui, solo in mezzo a questo fresco verde e non nella mia stanza bassa e calda; qui nel silenzio, non nel russare e parlare nel sonno di tutta la famiglia e correre di tram giù nella strada; qui nel buio naturale della notte, non in quello artificiale delle persiane chiuse, zebrato dal riverbero dei fanali; oh, potessi vedere foglie e cielo aprendo gli occhi! » Con questi pensieri tutti i gior­ni Marcovaldo incominciava le sue otto ore giornaliere - più gli straordinari - di manovale non quali­ficato.

C'era, in un angolo della piazza, sotto una cupola d'ippocastani, una panchina appartata e seminasco­sta. E Marcovaldo l'aveva prescelta come sua. In quelle notti d'estate, quando nella camera in cui dor­mivano in cinque non riusciva a prendere sonno, so­gnava la panchina come un senza tetto può sognare il letto d'una reggia. Una notte, zitto, mentre la moglie russava ed i bambini scalciavano nel sonno, si levò dal letto, si vesti, prese sottobraccio il suo guancia­le, usci e andò alla piazza.

Là era il fresco e la pace. Già pregustava il con­tatto di quegli assi d'un legno - ne era certo - mor­bido e accogliente, in tutto preferibile al pesto mate­rasso del suo letto; avrebbe guardato per un minuto le stelle e avrebbe chiuso gli occhi in un sonno ripa­ratore d'ogni offesa della giornata.

Il fresco e la pace c'erano, ma non la panca libera. Vi sedevano due innamorati, guardandosi negli oc­chi. Marcovaldo, discreto, si ritrasse. «E tardi, -pensò, - non passeranno mica la notte all'aperto! La finiranno di tubare ! »

Ma i due non tubavano mica: litigavano. E tra due innamorati un litigio non si può dire mai a che ora andrà a finire.

Lui diceva: - Ma tu non vuoi ammettere che di­cendo quello che hai detto sapevi di farmi dispiacere anziché piacere come facevi finta di credere8?

Marcovaldo capi che sarebbe andata per le lun­ghe.

- No, non l'ammetto, - rispose lei, e Marcovaldo già se l'aspettava.

- Perché non l'ammetti?

- Non l'ammetterò mai.

«Ahi», pensò Marcovaldo. Col suo guanciale stretto sotto il braccio, andò a fare un giro. Andò a guardare la luna, che era piena, grande sugli alberi e i tetti. Tornò verso la panchina, girando un po' al largo per lo scrupolo di disturbarli, ma in fondo spe­rando di dar loro un po' di noia e persuaderli ad an­darsene. Ma erano troppo infervorati nella discussio­ne per accorgersi di lui.

- Allora ammetti ?

- No, no, non lo ammetto affatto!

- Ma ammettendo che tu ammettessi ?

- Ammettendo che ammettessi, non ammetterei quel che vuoi farmi ammettere tu !

Marcovaldo tornò a guardare la luna, poi andò a guardare un semaforo che c'era un po' più in là. Il se­maforo segnava giallo, giallo, giallo, continuando ad accendersi e riaccendersi. Marcovaldo confrontò la luna e il semaforo. La luna col suo pallore misterio­so, giallo anch'esso, ma in fondo verde e anche az­zurro, e il semaforo con quel suo gialletto volgare. E la luna, tutta calma, irradiante la sua luce senza fret­ta, venata ogni tanto di sottili resti di nubi, che lei con maestà si lasciava cadere alle spalle; e il semaforo intanto sempre li accendi e spegni, accendi e spe­gni, affannoso, falsamente vivace, stanco e schiavo.

Tornò a vedere se la ragazza aveva ammesso: mac­ché, non ammetteva, anzi non era più lei a non am­mettere, ma lui. La situazione era tutta cambiata, ed era lei che diceva a lui: - Allora, ammetti? - e lui a dire di no. Cosi passò mezz'ora. Alla fine lui ammi­se, o lei, insomma Marcovaldo li vide alzarsi e an­darsene tenendosi per mano.

Corse alla panchina, si buttò giù, ma intanto, nel­l'attesa, un po' della dolcezza che s'aspettava di tro­varvi non era pili nella disposizione di sentirla, e an­che il letto di casa non lo ricordava più cosi duro. Ma queste erano sfumature1', la sua intenzione di goder­si la notte all'aperto era ben ferma: sprofondò il viso nel guanciale e si dispose al sonno, a un sonno come da tempo ne aveva smesso l'abitudine.

Ora aveva trovato la posizione più comoda. Non si sarebbe spostato d'un millimetro per nulla al mon­do. Peccato soltanto che a stare cosi, il suo sguardo non cadesse su di una prospettiva d'alberi1" e cielo soltanto, in modo che il sonno gli chiudesse gli occhi su una visione di assoluta serenità naturale, ma da­vanti a lui sì succedessero, in scorcio, un albero, la spada d'un generale dall'alto del suo monumento, un altro albero, un tabellone delle affissioni pubbliche, un terzo albero, e poi, un po' più lontano, quella fal­sa luna intermittente del semaforo che continuava a sgranare il suo giallo, giallo, giallo.

Bisogna dire che in questi ultimi tempi Marcoval­do aveva un sistema nervoso in cosi cattivo stato che, nonostante fosse stanco morto, bastava una cosa da nulla, bastava sì mettesse in testa che qualco­sa gli dava fastidio, e lui non dormiva. E adesso gli dava fastidio quel semaforo che s'accendeva e si spegneva. Eri laggiù, lontano, un occhio giallo che ammicca", solitario: non ci sarebbe stato da farci ca­so. Ma Marcovaldo doveva proprio essersi buscato un esaurimento: fissava quell'accendi e spegni e si ripeteva: «Come dormirei bene se non ci fosse quel­l'affare! Come dormirei bene! » Chiudeva gli occhi e gli pareva di sentire sotto le palpebre l'accendi e spegni di quello sciocco giallo; strizzava gli occhi e vedeva decine di semafori; li riapriva, era sempre daccapo.

S'alzò. Doveva mettere uno schermo tra sé e il se­maforo. Andò fino al monumento del generale e guardò intorno. Ai piedi del monumento c'era una corona d'alloro, bella spessa, ma ormai secca e mez­zo spampanata, montata su bacchette, con un gran nastro sbiadito: «I Lancieri del Quindicesimo nel­l'Anniversario della Gloria». Marcovaldo s'arrampicò sul piedestallo, issò la corona, la infilò alla sciabola del generale .

Il vigile notturno Tornaquinci in perlustrazione  attraversava la piazza in bicicletta; Marcovaldo s'appostò dietro la statua. Tornaquinci aveva visto sul terreno l'ombra del monumento muoversi: si fermò pieno di sospetto. Scrutò quella corona sulla sciabola, capi che c'era qualcosa fuori posto, ma non sapeva bene che cosa. Puntò lassù la luce d'una lam­padina a riflettore, lesse: «I Lancieri del Quindicesimo nell'Anniversario della Gloria», scosse il capo in segno d'approvazione e se ne andò.

Per lasciarlo allontanare, Marcovaldo rifece il giro della piazza. In una via vicina, una squadra d'operai stava aggiustando uno scambio" alle rotaie del tram. Di notte, nelle vie deserte, quei gruppetti d'uomini accucciati al bagliore dei saldatori autogeni", e le vo­ci che risuonano e poi subito si smorzano, hanno un'aria segreta come dì gente che prepari cose che gli abitanti del giorno non dovranno mai sapere. Mar­covaldo si avvicinò, stette a guardare la fiamma, i ge­sti degli operai, con un'attenzione un po' impacciata e gli occhi che gli venivano sempre più piccoli dal sonno. Cercò una sigaretta in tasca, pei" tenersi sve­glio, ma non aveva cerini. - Chi mi fa accendere? -chiese agli operai. - Con questo? - disse l'uomo del­la fiamma ossidrica, lanciando un volo di scintille.

Un altro operaio s'alzò, gli porse la sigaretta acce­sa. - Fa la notte anche lei?

- No, faccio il giorno, - disse Marcovaldo.

- E cosa fa in piedi a quest'ora? Noi tra poco si smonta.

Ritornò alla panchina. Si sdraiò. Ora il semaforo era nascosto alla sua vista; poteva addormentarsi, fi­nalmente.

Non aveva badato al rumore, prima. Ora, quel ronzio, come un cupo soffio aspirante e insieme co­me un raschio interminabile e anche uno sfrigolio, continuava a occupatali gli orecchi. Non c'è suono più struggente di quello d'un saldatore, una specie d'urlo sottovoce. Marcovaldo, senza muoversi, ran­nicchiato com'era sulla panca, il viso contro il rag­grinzito" guanciale, non vi trovava scampo, e il ru­more continuava a evocargli la scena illuminata dal­la fiamma grigia che spruzzava scintille d'oro intor­no, gli uomini accoccolati in terra col vetro affumi­cato davanti al viso, la pistola del saldatore nella ma­no mossa da un tremito veloce, l'alone d'ombra in­torno al carrello degli attrezzi, all'alto castello di tra­liccio che arrivava fino ai fili. Aperse gli occhi, si rigirò sulla panca, guardò le stelle tra i rami. I passe­ri insensibili continuavano a dormire lassù in mezzo alle foglie.

Addormentarsi come un uccello, avere un'ala da chinarci sotto il capo, un mondo di frasche sospese sopra il mondo terrestre, che appena s'indovina lag­giù, attutito e remoto. Basta cominciare a non ac­cettare il proprio stato presente e chissà mai dove s'arriva: ora Marcovaldo per dormire aveva bisogno d'un qualcosa che non sapeva bene neanche lui, nep­pure un silenzio vero e proprio gli sarebbe bastato più, ma un fondo di rumore più morbido del silen­zio, un lieve vento che passa nel folto d'un sottobo­sco, o un mormorio d'acqua che rampolla" e si perde in un prato.

Aveva un'idea in testa e s'alzò. Non proprio un'i­dea, perché mezzo intontito dal sonno che aveva in pelle in pelle, non spiccicava bene alcun pensiero; ma come il ricordo che là intorno ci fosse qualche cosa connessa all'idea dell'acqua, al suo scorrere garrulo"" r sommesso.

Difatti c'era una fontana, li vicino, illustre opera ili scultura e d'idraulica, con ninfe, fauni, dèi fluviali, che intrecciavano zampilli, cascate e giochi d'ac­qua. Solo che era asciutta: alla notte, d'estate, data la minor disponibilità dell'acquedotto, la chiudevano. Marcovaldo girò li intorno un po' come un son­nambulo; più che per ragionamento per istinto sape­va che una vasca deve avere un rubinetto. Chi ha oc­chio, trova quel che cerca anche a occhi chiusi. Aper­se il rubinetto: dalle conchiglie, dalle barbe, dalle froge" dei cavalli si levarono alti getti, ì finti anfrat­ti" si velarono di manti scintillanti, e tutta quest'ac­qua suonava come l'organo d'un coro nella grande piazza vuota, di tutti i fruscii e gli scrosci che può fa­re l'acqua messi insieme. Il vigile notturno Tornaquinci, che ripassava in bicicletta nero nero a mette­re bigliettini sotto gli usci", al vedersi esplodere tutt'a un tratto davanti agli occhi la fontana come un liquido fuoco d'artificio, per poco non cascò di sella.

Marcovaldo, cercando d'aprir gli occhi meno che poteva per non lasciarsi sfuggire quel filo di sonno che gli pareva d'aver già acchiappato, corse a ribut­tarsi sulla panca. Ecco, adesso era come sul ciglio d'un torrente, col bosco sopra di lui, ecco, dormiva.

Sognò un pranzo, il piatto era coperto come per non far raffreddare la pasta. Lo scoperse e c'era un topo morto, che puzzava. Guardò nel piatto della moglie: un'altra carogna di topo. Davanti ai figli, al­tri topini, più piccoli ma anch'essi mezzo putrefatti. Scoperchiò la zuppiera e vide un gatto con la pancia all'aria, e il puzzo lo svegliò.

Poco distante c'era il camion della nettezza urba­na che va la notte a vuotare i tombini dei rifiuti. Di­stingueva, nella mezza luce dei fanali, la gru che gracchiava a scatti, le ombre degli uomini ritti in ci­ma alla montagna di spazzatura, che guidavano per mano il recipiente appeso alla carrucola, lo rovescia­vano nel camion, pestavano con colpi di pala, con voci cupe e rotte come gli strappi della gru: - Alza.,. Molla... Va' in malora... - e certi cozzi metallici co­me opachi gong", e il riprendere del motore, lento, per poi fermarsi poco più in là e ricominciare la ma­novra.

Ma il sonno di Marcovaldo era ormai in una zona in cui i rumori non lo raggiungevano più, e quelli poi, pur cosi sgraziati e raschianti, venivano come fa­sciati da un alone soffice d'attutimento, forse per la consistenza stessa della spazzatura stipata nei furgo­ni: ma era il puzzo a tenerlo sveglio, il puzzo acuito da un'intollerabile idea di puzzo, per cui anche i ru­mori, quei rumori attutiti e remoti, e l'immagine in controluce dell'autocarro con la gru non giungevano alla mente come rumore e vista ma soltanto come puzzo. E Marcovaldo smaniava, inseguendo invano con la fantasia delle narici la fragranza" d'un roseto.

Il vigile notturno Tornaquinci si senti la fronte madida di sudore intravedendo un'ombra umana correre carponi27 per un'aiola, strappare rabbiosamente dei ranuncoli e sparire. Ma pensò essersi trat­tato o d'un cane, di competenza degli accalappiacani, o d'un'allucinazione, di competenza del medico alie­nista, o d'un licantropo, di competenza non si sa bene di chi ma preferibilmente non sua, e scantonò.

Intanto, Marcovaldo, ritornato al suo giaciglio, si premeva contro il naso il convulso mazzo di ranun­coli, tentando dì colmarsi l'olfatto del loro profumo: poco ne poteva però spremere da quei fiori quasi ino­dori; ma già la fragranza di rugiada, di terra e d'erba pesta era un gran balsamo". Cacciò l'ossessione del­l'immondizia e dormi. Era l'alba.

Il risveglio fu un improvviso spalancarsi di cielo pieno di sole sopra la sua testa, un sole che aveva co­me cancellato le foglie e le restituiva alla vista semi­cieca a poco a poco. Ma Marcovaldo non poteva in­dugiare perché un brivido l'aveva fatto saltar su: lo spruzzo d'un idrante, col quale ì giardinieri del Co­mune innaffiano le aiole, gli faceva correre freddi ri­voli giù per i vestiti. E intorno scalpitavano i tram, i camion dei mercati, i carretti a mano, i furgoncini, e gli operai sulle biciclette a motore correvano alle fab­briche e le saracinesche dei negozi precipitavano ver­so l'alto, e le finestre delle case arrotolavano le per­siane, e i vetri sfavillavano. Con la bocca e gli occhi impastati, stranito, con la schiena dura e un fianco pesto, Marcovaldo correva al suo lavoro.

 

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